Goooodmoring FollowHz! Il conflitto arabo-israeliano ha generato vittime e odio, c’è chi tutto ciò l’ha messo su un videogioco indie.

Una guerra senza fine

La Palestina, pur essendo un luogo sacro per molte religioni, non sempre (anzi raramente) è stata una terra in pace. L’inizio del conflitto arabo-israeliano, che tutt’oggi insanguina quella terra, si perde tra le pieghe del XX secolo.
Come ogni guerra è una triste storia di morte, di profughi e di odio reciproco che si auto-alimenta con parti che alla fine, se mai ce ne sarà una, non potranno definirsi “vincitori”.
Naturalmente chi vi scrive non ha alcuna pretesa di schierarsi, anzi esso si scusa se per sbaglio Voi che leggerete i prossimi paragrafi possiate fraintendere e rintracciare non volute e non ricercate prese di posizione dall’una o dall’altra parte.

odio
immagine tratta dalla pagina Steam del gioco.

Il gioco

Fatte queste dovute e necessarie precisazioni, oggetto di questo odierno incontro tra il mondo videoludico e il resto del pianeta è “I Cavalieri di al-Aqsa” o in inglese “Fursan al-Aqsa: The Knights of the Al-Aqsa Mosque”, la cui demo è disponibile su Steam.
Un indie che è balzato alla cronaca proprio perché riguarda il conflitto in Palestina raccontato con gli occhi di un palestinese. Per essere ancora più precisi il videogioco è stato accusato di antisemitismo perché, semplificando il gameplay, consiste nello sparare addosso ai soldati israeliani al fine di far vince la resistenza palestinese.
Le critiche, come ci si potrebbe aspettare, sono giunte dal lato israeliano e dall’ Osservatorio Antisemitismo Italiano, che ha denunciato gli sviluppatori presso la procura di Asti. Il gioco è stato anche oggetto di un’interrogazione in merito al Parlamento Italiano.

A livello tecnico

Si tratta di uno sparatutto in terza persona, che sfrutta il motore grafico Unreal Engine 3, ed è esattamente quello che ti aspetti da un “indie”: grafica trascurabile, meccanica di gioco rivedibile e la sensazione che alcune cose (tipo l’HUD) siano state prese da altri giochi. Chiaramente, chi lo gioca, non si aspetta di trovarsi davanti ad un tripla A e, con ogni probabilità, non lo gioca per le sue caratteristiche.
Infatti è il trama suo “punto forte”, e anche quello contestato, ovvero il giocatore prende i panni di un combattente palestinese (con la tipica kefiha bianca e nera sul volto) che, come detto, spara addosso ad NPC vestiti come militari e poliziotti israeliani. Il tutto in un’ambientazione che rimanda a quei luoghi con in sottofondo muri con scritte “Free Palestine”, canti e inni riconducibili alla jihad palestinese e mezzi israeliani come i carri armati Merkava.

Fursan al-Aqsa: The Knights of the Al-Aqsa Mosque®
immagine del gioco. fonte: tgcom24

La trama

Andando ad indagare sulla pagina Steam del gioco si trovano maggiori informazioni sulla trama. Il giocatore gioca:

nei panni di Ahmad al-Falastini, un giovane studente palestinese che è stato ingiustamente torturato e incarcerato per 5 anni dai soldati israeliani, ha avuto tutta la sua famiglia uccisa da un attacco aereo israeliano e ora, dopo essere uscito dal carcere, cerca vendetta contro coloro che gli haNNo fatto un torto, haNno ucciso la sua famiglia e rubato la sua patria, unendosi a un nuovo Movimento di Resistenza Palestinese

Una storia basata sia sulle notizie riguardanti quel conflitto sia sulle accuse mosse dai palestinesi agli israeliani, e non è un caso. Infatti lo sviluppatore è particolarmente legato a questa guerra.

Lo sviluppatore

Nidal Nijm, è un brasiliano di origine palestinese il cui padre, ex combattente, fuggì in Sud America dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982. Raggiunto dalla stampa internazionale Nidal ha spiegato che non solo non è legato a partiti o movimenti, ma che la sua opera non vuole essere un “modo per insegnare come uccidere gli israeliani” ma una via per i palestinesi di smarcarsi dall’essere considerati sempre “terroristi”. Da questo punto di vista è innegabile che soprattutto in molti film e gli arabi vengono sempre ritratti come terroristi, i cattivi della situazione. Nei videogiochi possiamo citare Medal of Honor (del 2010) o Counter-Strike. Inoltre esistono giochi dove è possibile prendere le parti dell’IDF, le forze armate israeliane, e rientra in questa categoria il DLC di Wargame: Red Dragon. Anche se, una breve ricerca in merito, fa emergere un numero in proporzioni maggiori di flash game e altri giochi indie che invece sono legati al mondo delle varie milizie arabe (non solo palestinesi) che noi occidentali etichettiamo spesso come “terroristi”. Segno che l’idea di investire nello strumento videoludico, con riferimento a contesti di guerre reali, è “matura” in specifici ambienti.

Circolo dell’odio

Aldilà di come la si pensi, questa storia, qui solo accennata sia chiaro, evidenzia l’uso dei videogiochi come armi di propaganda. Perché sì, “I Cavalieri di al-Aqsa” è un gioco di propaganda palestinese, nel senso proprio del termine ovvero che intende a conquistare il favore o l’adesione di un pubblico per la causa dei palestinesi.

Tutto nato dal lavoro di un “profugo di seconda generazione”, una vittima della diaspora che ha portato i palestinesi ad abbandonare le loro terre. Una persona che probabilmente non ha mai visto il paese in cui ha le sue radici ancestrali e che, quasi certamente, non prova alcun sentimento “positivo” nei confronti di chi reputa i responsabili di tanta sofferenza.
Quello che emerge in tutto ciò, tirando le somme, è come i videogiochi siano assolutamente capaci di trasmettere e diffondere odio tra i popoli.  Sono considerati talmente “avanzati”, come strumenti, da essere finiti in mezzo in quel circolo d’ira ed odio che si auto-alimenta e contribuisce a sostenere, sfortunatamente, un conflitto sanguinario che sembra destinato a non avere un Game Over.

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