Il Mondo di Sekiro: Date Masamune e l’Era Sengoku!

Salve salvissimo cari FollowHz,

È con immenso piacere, che con questo articolo do inizio alla nuova rubrica Le Storie del Corvo, uno spazio dedicato ai fatti e ai racconti che, in un modo o in un altro, hanno fornito l’ispirazione ai giochi che ci hanno tenuti (e continuano tuttora ) occupati per intere nelle sale giochi ai bei tempi degli argentei gettoni, o alle nostre console casalinghe, quelle con le quali molto spesso davamo inizio a lunghe sfide con amici dove a suon di imprecazioni, sano tifo indiavolato e allegre grida di esultanza alla fine di ogni livello mettevamo, alla prova le nostre abilità e le capacità strategiche per finire un gioco.

Per questa prima storia non dovremo andare troppo indietro nel tempo, o meglio, in un certo senso si ma anche no (gran paradosso, da friggere il cervello peggio del Sigillo di Ra in Stargate, eh?) nel senso che si parla di un gioco uscito poco meno di due mesi fa, (praticamente l’altro ieri) uno dei titoli più belli che Sony ha prodotto negli ultimi anni, recente ma ambientato in un luogo e in un tempo lontani quando gli uomini vivevano governati dalla legge della spada, dal codice dell’onore e dalle regole ferree della fedeltà e del l’obbedienza, un paese e un epoca dove la bellezza e la ferocia della vita si fondevano insieme come due colate di ferro liquido che andranno a formare una taglientissima spada.

Un gioco talmente bello che, dopo averlo provato, quasi verrebbe da dire “cavolo, se non fossi qui seduto davanti a questo schermo vorrei essere lì direttamente, in carne e ossa, a menare orchi giganti e ingaggiare duelli con i samurai di quel clan, a fargliela vedere a quel pallone gonfiato di un boss di che pasta è fatto uno Shinobi monco”. Come avrete capito si tratta di Sekiro: Shadows Die Twice, la grande avventura del guerriero rimasto privo di di un braccio, il combattente trovato bambino su un campo di battaglia e allevato per diventare il fedele servitore dell’erede del clan Ashina.


Una avventura stupenda, nella quale i momenti dell’azione e quelli della narrazione si alternano dando vita a una esperienza di gioco magnifica, sullo sfondo della tumultuosa
Sengoku jidai (“epoca degli stati combattenti”), lungo arco di tempo della storia del Giappone nel quale i signori feudali, i daimyo, lottarono ferocemente per stabilire a chi spettasse di poter imporre il proprio dominio sull’intera nazione. Un’ epoca sanguinosa ma anche affascinante, così affascinante che, in alcuni punti,

arriva quasi a superare la stessa storia di Sekiro, tale è la caratura dei personaggi che ne sono stati protagonisti; si parla di gente del calibro di Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi, Tokugawa Ieyasu, i tre grandi unificatori del paese, vere leggende sacre per la cultura nazionale nipponica (gente paragonabile per importanza a quella di Giulio Cesare per i romani e a Napoleone Bonaparte arte per i francesi, per rendere al meglio l’idea), o della figura di Date Masamune,

personaggio minore rispetto ai primi tre ma sempre di grande spessore e carisma, valorosissimo in battaglia, rimase orbo in giovanissima età perché, stando a una leggenda, (dopo aver perso la funzionalità dell’organo a causa del vaiolo) quando un membro anziano del suo clan gli disse che l’occhio sporgente sarebbe stato un intralcio in battaglia, se lo strappò via da solo guadagnandosi poi il soprannome di “Drago dall’occhio solo”(roba che al confronto Heyachi Mishima sembra un ragazzino nerd con i brufoli).

L’importanza di questo personaggio è legata a doppio filo con le vicende narrate in Sekiro perché fu lui ad annientare gli Ashina nella battaglia di Suriagehara (1589), dove si trovarono in contrapposizione l’armata di Ashina Yoshihiro, forte di 16.000 uomini, e quella del condottiero del clan Date costituita da 23.000 uomini. Gli Ashina si batterono valorosamente fino al momento in cui il Drago monocolo guidò un carica contro le loro fila ormai ridotte allo stremo. La fortuna non volle proprio sorridere ai soldati Ashina perché non solo furono sconfitti ma neanche poterono darsi alla fuga, dato che Masamune aveva fatto distruggere il ponte sul vicino fiume Nitsubashi lasciando così ai guerrieri Ashina solo la scelta su tipo di morte cui andare incontro, se per annegamento nel fiume o fatti a pezzi come tonni al mercato del pesce (che sia da questo episodio che è nata l’idea del sushi e del sashimi?). Lo scontro si concluse con il Drago monocolo che continuò ad avanzare fino al momento in cui issò il proprio stendardo sul castello di Kurokawa, e Yoshiro si vide tagliato fuori per sempre dalla scena politica nipponica e costretto a trascorrere il resto della vita in esilio presso il clan dei Satake, dove morì nel 1631.

Da qui in poi per il signore di Oshu fu un susseguirsi di eventi segnarono la sua vita, come un complotto che la madre ha ordito per toglierlo di mezzo e sostituirlo con il fratello, ovviamente risoltosi in un fallimento totale per i cospiratori (Masamune toglierà di mezzo senza troppi complimenti il fratello e costringerà all’esilio la tanto affettuosa mamma, salvo forse riconciliarsi anni dopo… ah che gran cosa l’affetto familiare!) o le molte campagne militari condotte al servizio di Toyotomi Hideyoshi, in particolare quelle condotte durante la guerra Imjin contro la Corea (1592-1598). Dopo la morte di Hideyoshi, il nostro eroe porgerà i propri servigi a Tokugawa Ieyasu, l’uomo che con la vittoria ottenuta nella famosa battaglia di Sekigahara (1600) porrà fine ai 133 sanguinosi anni dell’epoca Sengoku, sancendo così l’inizio del lungo periodo di pace e stabilità noto come epoca Edo (1600-1868).

Per premiare Masamune della sua fedeltà Tokugawa concesse al signore di Oshu il dominio sul territorio di Sendai, piccolo villaggio di pescatori che sotto il dominio del “Drago dall’unico occhio” divenne un grande e ricco centro urbano (oggi è possibile ammirare la grande statua presente al castello di Sendai dedicata al daimyo che ha permesso la grandezza della città, alto e fiero sul suo cavallo, l’elmo sormontato dall’iconica mezzaluna e l’unico occhio fiammeggiante rivolto verso il nemico).

I primi anni dell’epoca Edo trascorsero in maniera tranquilla, e anche se Tokugawa non riuscì mai a fidarsi totalmente di Masamune, per via della sua fama di uomo irrequieto e ambizioso, questi rimase sempre fedele al nuovo Shogun, e quando Ieyasu si trovo sul letto di morte, il Drago Monocolo si recò da lui per una visita e, stando a qualche leggenda gli recitò una poesia zen.

L’ora del Drago di Oshu giunse ventisette anni dopo, nel 1636, e con lui si chiuse calò l’ultimo velo sull’epoca dei samurai e delle guerre che anno insanguinato per tanti anni il paese del Sol Levante.

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