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INTERVISTA AD HIKIKOMORI ITALIA

Salve a tutti cari followHz,
oggi vorrei approfondire con voi un argomento trattato proprio da me il 9 Marzo di quest’anno: gli Hikikomori.

Il mese scorso parlammo di questo argomento calcando molto la mano sul rapporto tra genitori e figli, dicemmo infatti che il confronto tra i due è importante specialmente per il genitore (per il quale diverse associazioni organizzano incontri formativi sull’argomento).
Nelle settimane passate, abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere e porre alcune domande ad “Hikikomori Italia” la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema dell’isolamento sociale volontario sul cui tema ha da poco, lo psicologo Marco Crepaldi scritto un libro dal titolo: ” Hikikomori: I giovani che non escono di casa“.

  1. Grazie per averci concesso questa intervista innanzitutto. Cominciamo la prima domanda col chiedervi cosa vi ha spinto a creare hikikomori Italia?

Tutto è partito quando, durante gli studi universitari, mi sono imbattuto casualmente nel fenomeno degli hikikomori, guardando un anime giapponese dal titolo “Welcome to the NHK”. Rimasi talmete colpito dal fatto che milioni di miei coetanei nel mondo stessero decidendo di autorecludersi, che vi dedicai la mia tesi di laurea.
Una volta completata la tesi mi resi conto che nessuno ne parlava in Italia e, siccome ero convinto che il fenomeno fosse diffuso anche qui, nel febbraio 2013 decisi di aprire il blog hikikomoriitalia.it, da cui poi è nato tutto, compresa l’associazione.

 

  1. Cosa è un hikikomori?

“Hikikomori” è un termine giapponese che significa letterlamente “stare in disparte” e veniva utilizzato, in gergo, per riferirsi a quei ragazzi che scomparivano dalla vita sociale e si rintanavano nella loro camera da letto per mesi e anni.

Oggi questo termine è stato adottato anche dagli studiosi di tutto il mondo per descrivere un fenomeno sociale che è sempre più diffuso, Italia compresa. Nella mia personale interpretazione, l’hikikomori non è solamente uno status di isolato, ma è una pulsione all’isolamento che può essere meglio o peggio contrastata in base alle competenze del soggetto che la esperisce e in base alle caratteristiche dell’ambiente famigliare e sociale in cui vive.

 

  1. Questo è un fenomeno largamente diffuso in giappone ed infatti il nome è giapponese. In Italia è un fenomeno diffuso o sporadico?

In Giappone le stime ufficiali parlano di oltre un milione di casi, mentre in Italia non sono ancora state effettuate ricerche accurate, ma secondo la nostra associazione il numero di hikikomori nel nostro paese è già vicino alle centinaia di migliaia, includendo all’interno di questo numero, non solo chi è effettivamente isolato, ma anche chi manifesta una forte tendenza in tal senso.

 

  1. Come agite quando vi viene segnalato un soggetto hikikomori?

Quasi sempre la richiesta di aiuto arriva dai genitori e raramente dai ragazzi. La prima cosa che facciamo è integrare il genitori nel nostro gruppo Facebook online che oggi conta oltre 1500 membri. Dopodiché gli proponiamo di partecipare ai nostri gruppi di mutuo aiuto distribuiti in tutta la penisola, da nord a sud. In questo modo, anche grazie agli psicologi volontari dell’associazione, i genitori possono cercare di cambiare approccio al problema e ricostruire una relazione positiva con il figlio ritirato, relazione che spesso è compromessa a causa di un atteggiamento errato da parte del genitore stesso.

 

  1. Quali sono le modalità di contatto?

Possiamo essere contattati in tanti modi, tramite i nostri profili social Facebook e Instagram, tramite la chat supporto presente in ogni pagina del sito hikikomoriitalia.it e tramite mail scrivendo a info@hikikomoriitalia.it

 

  1. L’ikikomori sa di esserlo o è totalmente inconsapevole?

Ci sono ragazzi che, a mio parere, hanno tutte le caratteristiche dell’ hikikomori, ovvero presentano quella visione particolarmente negativa della società e delle relazioni che è tipica di questo fenomeno, eppure non si riconoscono nell’etichetta. Altri, invece, sono magari solo affini alla problematica, ma trovare un gruppo sociale nel quale identificarsi li fa stare meglio.

Personalmente ritengo che il termine “hikikomori” sia estremamente utile per la ricerca, soprattutto interculturale, ma non è necessario che diventi un’etichetta sociale, anzi, onestamente spero non lo diventi, ma temo che sarà difficile.

L’importante, per quanto mi riguarda, è che chi soffra di questa problematica, sia direttamente che indirettamente, come nel caso dei genitori, capisca di non essere solo e che ci sono delle dinamiche sociali che impattano profondamente su tale condizione.

 

  1. Cosa ne pensate del binomio violenza=videogiochi? influiscono nella creazione della patologia?

Assolutamente no. Innanzitutto ci tengo a precisare che definire l’hikikomori una patologia è, a mio parere, scorretto, in quanto si tratta di un disagio psicosociale che può produrre malattia, ma che non è necessariamente da essa determinato.

I videogiochi, e in generale internet, rappresentano uno strumento di fuga per il ragazzo, un intrattenimento e uno sfogo dei propri istinti sociali e di competizione, che non muoiono con l’isolamento e che quindi cercano una naturale via che non necessiti dell’esposizione del proprio corpo.

Come spiego anche nel mio libro “Hikikomori, i giovani che non escono di casa”, internet potrebbe aver avuto un effetto acceleratore nella diffusione del fenomeno, dal momento che ha reso l’opzione dell’isolamento meno estrema di quanto non fosse in passato per i primi hikikomori che iniziavano a ritirarsi già dagli anni 60. Per il resto, non credo che i videogiochi possano giocare un ruolo particolarmente negativo, anzi, mi preoccuperei se un ragazzo adolescente non li utilizzasse. L’eventuale abuso è sintomo di un malessere preesistente e che non si esaurisce nel momento in cui si va a privare l’hikikomori di tale mezzo, cosa che sconsigliamo assolutamente di fare.

 

  1. La famiglia, in che modo ed in che percentuale influisce sulla nascita del fenomeno o sullo sviluppo dell’hikikomori?

La famiglia ha un ruolo fondamentale, nel bene e nel male. I genitori in particolare devono mettersi profondamente in discussione, perché avere a che fare con un figlio hikikomori è una sfida davvero probante. Qualsiasi cosa tu faccia sembra non far altro che peggiorare la situazione. Attraverso i nostri gruppi di mutuo aiuto noi consigliamo alcuni comportamenti psicoeducazionali utili per ridurre l’attrito famigliare e recuperare una relazione di fiducia empatica con il figlio, che potrebbe in questo modo aprirsi anche alla possibilità di un aiuto esterno.
I due comportamenti chiave sono: allentare la pressione, anche per quanto riguarda il fatto di andare a scuola a tutti i costi, semplicemente impossibile e deleterio in alcuni casi arrivati all’estremo della propria forza, e, più in generale, focalizzarsi sul benessere del ragazzo e non sul fatto che non si stia comportando come noi vorremmo. L’errore più grave, infatti, è quello di far pensare all’hikikomori che non siamo dalla sua parte e che non ci interessa tanto di lui, quanto del fatto che ripranda al più presto un percorso sociale. Si tratta di un comportamento istintuale che viene messo in atto in buona fede dai genitori, ma che, tuttavia, produce esattamente l’effetto opposto rispetto a quello sperato, ovvero un’ulteriore chiusura da parte del figlio che tenderà ad allontanarsi anche dalla fonte di pressione rappresentata dal genitore.

  1. Cosa possiamo fare per evitare di creare un hikikomori? Quale è la giusta prevenzione?

Un ruolo fondamentale in questo senso lo hanno, ancora una volta, i genitori e la scuola. L’età media di inizio dell’isolamento, secondo il nostro sondaggio interno, è intorno ai 15 anni. Questi significa che la maggior parte dei ragazzi si ritira tra la fine delle scuole medie e l’inizio delle scuole superiori.
Fondamentale riconoscere il disagio sociale di un ragazzo, ovvero capire quando il suo malessere manifestato nei confronti della scuola è dovuto alla non voglia di studiare, oppure alla difficoltà di integrarsi all’interno della classe e relazionarsi con compagni e insegnanti. In questo secondo caso, non bisogna costringerlo ad andare a scuola a tutti i costi, ma capire con lui come si può supportarlo, magari attraverso un percorso scolastico personalizzato che non preveda necessariamente la sua presenza in aula.
Aiutarlo a non perdere l’anno, nonostante la sua sofferenza, rappresenta un punto chiave per evitare che sprofondi in un isolamento cronico e riesca, invece, a riprendere un percorso sociale e scolastico normale.

 

  1. Siamo in chiusura, vi ringraziamo e come ultima domanda vi chiediamo: Quali sono i vostri futuri appuntamenti e come possiamo contattarvi in caso di segnalazione?

    Trovate tutti i nostri eventi in programma nell’ omonima sezione del sito hikikomoriitalia.it, tramite il quale potete anche contattarci per qualunque informazione.
    Grazie dello spazio.


Come avete avuto l’occasione di leggere anche nell’articolo citato all’inizio, per me questo è un argomento molto importante, dunque aver intervistato una associazione che si occupa proprio di questi ragazzi in maniera professionale, precisa e completa (ricordiamo che si tratta di psicologi) è per me ed il mio team motivo motivo di grande orgoglio.
Segnalate mi Raccomando.


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